Quando i due uomini si separarono, e uno iniziò il cammino di ritorno verso il fiume, e l’altro verso la selva profonda, sapevano che cercando l’orizzonte avevano trovato qualcosa di più importante: la certezza dell’esistenza dell’altro, dell’altro uguale nella forma, ma differente nelle abitudini, e ciascuno si vide più ricco di quando aveva iniziato il cammino, perché il viaggio aveva dato loro le conoscenze che mai avrebbero avuto i vecchi saggi dell’immobilità.

Luis Sepulveda

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martedì 23 ottobre 2007

PACE: obiettivo di tutti


Ercolano. Lo “spirito di Assisi” passa anche per Ercolano. Ieri, verso le 18, Villa Campolieto ha ospitato una delle tante tavole rotonde organizzate in questi giorni dalla comunità di Sant’Egidio in occasione dell’incontro fra religioni “Per un mondo senza violenze”.
Dopo aver visitato le bellezze della nostra città, lo svizzero, Paul Grossrieder, già Direttore generale del Comitato Internazionale della Croce Rossa, il finlandese Vitto Houtari, vescovo luterano e l’arcivescovo ortodosso del Patriarcato di Alessandria, Seraphim Kykkotis, cominciano l’incontro davanti ad un numerosissimo pubblico.
Ad aprire i lavori, dopo un breve omaggio della corale polifonica “Città di Ercolano”, il primo cittadino della città degli scavi, Nino Daniele : “Siamo qui per sostenere la pace nel nome di Dio, la violenza peggiora il mondo, di ciò dobbiamo convincercene tutti. Solo il dialogo, il dialogo fra religioni, fra laici e credenti… è ciò che rende forti, ci protegge e rende possibile il progresso umano. Tutti assieme abbiamo una grande responsabilità per un mondo di pace, giustizia e libertà, ed è per questo che siamo orgogliosi che questo dialogo passi per le vie, per i monumenti e per gli animi dei nostri concittadini.”
Nessuna guerra è santa, chi usa il nome di qualsiasi dio per le guerre non fa altro che svilire il sentimento religioso. Il titolo di questa tavola rotonda è “I cristiani e la pace”, ma in concreto cosa hanno fatto e cosa fanno i cristiani, e non il cristianesimo, per la pace? A questo domanda ha risposto, attraverso la sua personale esperienza, tra un conflitto ed un altro, Paul Grossrieder, definito dagli ascoltatori il “Gino Strada internazionale”. Ha parlato da testimone diretto, ma il suo esempio non è molto incoraggiante. Ci ha raccontato della sua esperienza in India, a Giacarta, e nel Rwanda, dove non ha visto comportamenti da cristiani. Basti pensare che la maggior parte degli Hutu e Tutsi che si uccidevano fra loro erano cristiani, erano stati evangelizzati. “ Erano persone normali come noi, che in altri momenti non avrebbero mai ucciso…” così li definisce Grossrieder. Era la situazione tragica, dove tutto spingeva alla violenza e dimenticavano la speranza della pace. Basta pensare che alcuni ecclesiastici hutu e tutsi facevano ricreazione separatamente, per non incontrarsi!
“Non basta essere cristiani per essere artigiani pace! – commenta amaramente il presidente del comitato internazionale della Croce Rossa – c’è bisogno di volontà e coraggio: essere artigiani di pace e volerlo essere, anche nelle situazioni più tragiche, anche quando ci si trova dalla parte più forte.”
I costruttori di pace sono in primo luogo uomini, prima di partecipare ad una religione, ad una etnia, ad uno schieramento politico, sono innanzitutto partecipi della stessa umanità!
“ Il cristianesimo è di per sé universale, ma purtroppo si finisce per curare gli interessi di pochi. – commenta amaramente l’arcivescovo luterano – le religioni devono essere strumento per trovare la pace. Il comune nemico è un mondo senza dio. Dio ci incoraggia e ci dirige verso la pace perché questa è un suo dono.”
“ Quest’incontro è una possibilità di guardare al futuro”, con queste parola ha inizio il pungente discorso di sua eminenza Seraphim Kykkotis. “ le religioni hanno lo stesso oggetto, non possono dividere. Ieri al San Carlo, i musulmani parlavano della pace, come priorità del Corano, come gli ebrei per il Torah”.
Allora cosa c’è dietro alle religioni che non permette la pace? In Iraq si combattono musulmani e musulmani, palestinesi ed israeliani credono nella stessa pace. Quali sono le motivazioni che ostacolano la pace? Semplice, è la politica. “ Il mondo non trova la pace – continua l’arcivescovo ortodosso - a causa degli interessi politici. Una via è il perdono e la preghiera, ma gli interessi sono tanti. Gli Americani spendono troppi soldi per le armi, per la guerra, trascurando la ricerca. Ogni tre secondo muore un bambino!
Senza giustizia non si può pensare a costruire la pace.”
Presenti in sala, anche monsignor Di Donna, ben presto vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Napoli : “ Tre ore di presentazione al San Carlo, milioni di persone, tanti discorsi per affermare una cosa chiara per tutti: nel nome di Dio non si uccide! Qualcosa non quadra. Non esistono motivi religiosi per giustificare le guerre, le religioni fanno solo da collante. La profezia è smascherare la grande menzogna, così come ha sottolineato Giovanni Paolo II. Non esistono scontri di cultura e religioni. Un esempio è la guerra in Iraq, qual è la motivazione? Il petrolio! I motivi sono gli interessi economici e nazionalistici, la religione è strumentalizzata. Il rischio è che le religioni monoteistiche sono accusate di essere la causa di tutti i mali, con il conseguente pericolo di dimenticare dio.”
In conclusione, l’assenza di comunicazione impedisce la pace. Dialogare serve per capire l’altro, quando ciò si interrompe, viene meno la pace.

mercoledì 17 ottobre 2007

Per un mondo senza violenza, religioni e culture in dialogo


Ercolano. Dopo Roma, Varsavia, Bari, Malta, Lisbona, Barcellona, Palermo, Aechen, Lione, Milano, dal 21 al 23 ottobre, anche Napoli, “città significativa per la sua storia e la sua collocazione nel cuore del Mediterraneo, crocevia di differenti tradizioni culturali e religiose”, sarà capitale della PACE.
In un momento in cui le religioni sembrano issate a vessillo delle differenze culturali e, di conseguenza, di scontri, proprio dal mondo della religione arriva un messaggio alla speranza e di dialogo, “Per un mondo senza violenza, religioni e culture in dialogo”, questo il titolo della manifestazione.
Per tre giorni la città partenopea ospiterà tutte le religioni del mondo, insieme per la pace.
Purtroppo i mass media sembrano portare in secondo piano questo grande evento, puntando più sulla visita di domenica di papa Benedetto XVI. Pur essendo onorati della visita del nostro pontefice, che in qualità di capo della Chiesa cattolica incontrerà gli esponenti delle altre religioni, ciò che deve riempirci di gioia è il grande passo in avanti verso un mondo di rispetto: i fedeli dei più disparati credi esistenti al mondo, cammineranno abbracciati, verso un unico obiettivo: il rispetto e la pace.
Questa importante manifestazione toccherà il culmine e la sua conclusione, martedì, alle 17,30 quando si pregherà tutti assieme, non nello stesso luogo, ma nello stesso momento e secondo le proprie tradizioni. In questa occasione sarà, però, possibile assistere alle celebrazioni ai vari riti religiosi. Dopo la preghiera le diverse comunità confluiranno tutte in uno stesso corteo per la processione per la pace e la cerimonia finale in piazza del Plebiscito.
Varie tavole rotonde sono in programma durante i tre giorni, una delle quali avrà luogo anche ad Ercolano nella Villa Campolieto.
L’incontro sarà sul tema “I cristiani e la pace”, prevista la presenza del sindaco Nino Daniele, mentre i relatori saranno:
- Christophe D’Aloisio, belga, presidente di Syndesmos, fraternità internazionale di 126 organismi giovanili ortodossi;
- Paul Grossrieder, svizzero, direttore generale del Comitato internazionale della Croce Rossa;
- Vitto Huotari, vescovo della Chiesa luterana di Mikkaili, Finlandia;
- Sua Eminenza Seraphim Kykkotis, arcivescovo metropolita Di Johannesburg e Potoria, Sud Africa, del Patriarcato greco ortodosso di Alessandria e Africa Tutta.

Proprio perché tutti gli altri giornali e televisioni danno poco rilievo a questa manifestazione, don Giuseppe, parroco di Santa Caterina, assieme alla Comunità Sant’Egidio, lunedì 15 ottobre nelle sale della basilica di Pugliano, ha tenuto un incontro, che potremmo intitolare lo “Spirito di Assisi” per spiegare agli interessati, lo “spirito” di questo evento, al quale erano presenti tra gli altri, il preside Iacomino e il prof. Accardo
Dopo aver ripercorso, con alcune slides i vari avvicinamenti religiosi, padre Giuseppe ricorda quanto proprio in questo momento sia necessario un “nuovo umanesimo per un sogno di pace”.
Dopo l’11 settembre è tutto più difficile, si cerca nell’altro, un colpevole, si è portati ad avere paura del diverso da sé. Il dialogo è una necessità, una domanda, ma anche una risposta a tutto ciò, e viene proprio dalle religioni. Come ricorda Alessandro, della comunità Sant’Egidio “il dialogo non lascia indifesi, nulla è perduto in esso” .
Il confronto con gli altri non annulla le differenze, ma ne approfondisce l’identità.

Per maggiori informazioni visitate il sito www.santegidio.org

domenica 23 settembre 2007

Vivere sotto occupazione



Immagina di vivere sotto occupazione:immagina di dover andare a scuola alle otto, di dover svegliarti alle quattro, perché già sai che ti faranno questioni ai cinque check points che trovi per strada; immagina di dover andare a fare la spesa e di non sapere se ci riuscirai né se tornerai; immagina di voler uscire una sera con gli amici, rischiando, però, di rimanere intrappolato tra un checkpoint e l’altro, perché alle sette di sera chiudono e nessuno può più passare fino alle cinque di mattina; immagina che la tua città è racchiusa in un muro e che i tuoi parenti si sono trovati oltre il muro, pensi di riuscire a vederli? No, non te lo permettono. Immagina che ci sia una parvenza di democrazia, con le elezioni, ma, sfortunatamente, a salire al potere è una fazione poco simpatica ai grandi del mondo. Che succede? Che ti tagliano gli aiuti e che rischi di non ricevere lo stipendio per mesi.
Immagina. Noi, possiamo solo immaginare, ma c’è chi l’occupazione la vive. I ragazzi, gli uomini, le donne, i bambini in Palestina vivono ogni giorno questa situazione. A raccontarcela sono state due professoresse Massima Al-Shawa e Marlen Muallem, e il preside Micheal Abu-Ghazaleh, della scuola di Ramallah “School of Hope” (non a caso), ospitati all’Is.Sup.A.Tilgher.
" È molto importante per noi – dichiarano i professori palestinesi – che i nostri ragazzi vengano in contatto, attraverso il computer, con i ragazzi italiani. In questo modo possono capire la vera democrazia, possono capire che un’altra strada esiste>".
Dopo aver parlato ai professori e agli alunni del Tilgher, i nostri ospiti si sono recati in Regione dove a riceverli sono stati Luisa Bossa, presidente VI commissione consiliare permanente, e l’assessore regionale al lavoro, istruzione e formazione,Corrado Gabriele, molto sensibili a questo tema.
Un’altra via esiste per tutti. L’informazione serve a questo, a non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie che accadono nel mondo.


Autore: RacheleT

sabato 7 luglio 2007

Hutu e Tutsi: Fratelli o nemici?

Partiamo dal film Hotel Rwanda.
Nell’aprile del 1994 i giornali italiani, ma anche gli stranieri, davano ben scarso rilievo a quello che stava succedendo in Ruanda, piccolo Stato dell’Africa Centrale, che nel giro di neppure tre mesi veniva spazzato da una delle più efferate carneficine della storia umana, consumata nella totale indifferenza della comunità internazionale, che lo aveva abbandonato a se stesso all’indomani dell’assassinio del suo presidente, facendolo precipitare in un incubo. È questo il nodo centrale del film che rievoca un episodio archiviato e dimenticato dalla coscienza collettiva. Una pagina di storia vergognosamente taciuta e rimossa perché ad esserne interessato è stato un piccolo Paese privo di ricchezze e perciò irrilevante per chi detiene le sorti politiche ed economiche mondiali. Riportata alla luce attraverso la vicenda di un uomo che in mezzo al caos e all’inferno nel quale il suo Paese era precipitato, riuscì a non perdere la testa e a mettere in salvo la sua famiglia e più di un migliaio di connazionali.
Il cinema serve anche a questo, a sottrarre all’anonimato persone normali che in situazioni eccezionali si rivelano degli eroi.
E il personaggio di Paul Rusesabagina lo è, combattendo, o meglio, cercando di sanare quella spaccatura del paese, il suo paese, che l’odio aveva provocato.
Il film rende chiaramente l’idea di questa frattura: da un lato la martellante propaganda radiofonica di istigazione all’odio costruita sulla calunnia, sulla delazione, sulla diffidenza nei confronti del vicino di casa, del collega di lavoro, del parente; dall’altro la vita quotidiana di quegli Hutu e Tutsi che invece si frequentavano, lavoravano fianco a fianco, abitavano vicini, erano amici, si innamoravano, si sposavano, facevano figli assieme.
È successo in Africa, ma è successo e succede altrove, secondo un doloroso copione che la storia ha messo troppe volte in scena. Sono sempre gli stessi pretesti ad accendere i conflitti: un diverso credo religioso, la contesa di un confine territoriale, la rivendicazione di una superiorità etnica e razziale attraverso un differente colore della pelle o addirittura dei tratti somatici.

Gli Hutu e i Tutsi sono vissuti sempre in armonia, agricoltori i primi, aristocratici i secondi, agli uni spettava un ruolo di governo, agli altri prerogative rituali.
Quando un giorno, arrivarono i colonizzatori, prima tedeschi e poi belgi, a spezzare questo equilibrio. Questi , infatti, per rafforzare il loro dominio, applicarono il principio del “ divide et impera”. I tedeschi scelsero allora i Tutsi come interlocutori( i loro corpi slanciati e la pelle più chiara li rendeva agli occhi degli Europei, più intelligenti, rispetto agli Hutu dai tratti marcatamente negroidi). Spettavano, così, a loro tutti i privilegi, non solo, ma furono anche incoraggiati a sfruttare gli Hutu. Quest’ultimi furono, invece, privati delle loro funzioni rituali.
Era così nata quella frattura insanabile nella società hutu-tutsi che avrebbe portato al massacro.
Per imporre tutto ciò, i colonizzatori crearono delle carte di identità nelle quali ogni individuo è classificato come Hutu o Tutsi, a seconda del numero di bovini che possedeva, in assenza di basi su cui fondare la distinzione razziale, visto che la distinzione fisica non era sufficiente.
Gli anni passano, i Tedeschi, sconfitti nella prima guerra mondiale, sono costretti a cedere la colonia ai Belgi. Dalla padella alla brace. Le cose non cambiarono per la popolazione del Ruanda, anzi, i nuovi colonizzatori cercarono di mantenere e accentuare quella divisione.
Il fremito di libertà degli anni ’50 invase l’Africa e anche questa terra.
Anche i “servizievoli” Tutsi, invece di rimanere “fedeli” al potere, si organizzano per ottenere l’indipendenza. Vedendosi così traditi, i colonizzatori puntano sugli Hutu, meno organizzati e istruiti, aizzandoli contro i Tutsi.
L’indipendenza arriva nel 1962, la pace è ancora lontana. I massacri continuano, molti Tutsi sono costretti a lasciare il paese.
Nel 1973 con un colpo di stato, il capo dell’esercito Habyarimana prende il potere.
Egli si comporta da vero e proprio dittatore: si circonda di ministri e militari provenienti dalla sua regione e vieta ogni tipo di opposizione, l’unico partito consentito è il Movimento Rivoluzionario Nazionale costituito su basi etniche e sociali.
In questo clima si rafforza la resistenza tutsi, alla quale si aggiungono gruppi hutu insofferenti al regime.
L’azione sempre più forte dei gruppi di opposizione clandestina, la minaccia del Fronte Patriottico Ruandese a maggioranza tutsi che operava nell’Uganda e la costante pressione di alcuni Paesi occidentali, hanno portato Habyarimana a cedere ad un accordo di pace con l’opposizione, che avrebbe dovuto portare alla democratizzazione del Paese.
Il 6 aprile 1994, all’aeroporto di Kigali, un aereo è abbattuto.
È l’aereo che trasporta Habyarimana, il presidente del Burundi, Ntaryanira, ed altri esponenti del governo.
Non si sa chi sia stato il mandante. Probabilmente furono gli stessi alleati di Habyarimana a volerlo morto. Erano in gioco troppi privilegi, meglio un conflitto con massacri e pulizia etnica.
Non erano gli unici interessi: il Ruanda faceva comodo al Belgio e alla Francia. Posizione strategica fra l’Africa francese e quella inglese, e inoltre confina con lo Zaire, il cui sottosuolo faceva gola a molti “grandi” della terra.
Alla morte del presidente, l’esercito del vecchio partito unico inizia l’eliminazione fisica dell’opposizione hutu e dell’inera popolazione tutsi. Sono massacrate circa un milione di persone, ed altre ancora costrette ad abbandonare la propria terra.
Tutto ciò ha avuto luogo nella più totale indifferenza del resto del mondo.
È significativo che Jack, il reporter inglese del film Hotel Rwanda, di fronte alle immagini del massacro commenti: " Esse sono destinate ad essere consumate durante l’ora di cena da milioni di telespettatori distratti ed anestetizzati, che magari neppure sanno dov’è il Ruanda ".
Anche Paul Rusesabagine in una dichiarazione riportata dal “Corriere della Sera” nel marzo 2005, afferma: " Tutto il mondo allora ci ha abbandonati colpevolmente, forse perché in Ruanda non c’è petrolio. La comunità internazionale non ha ascoltato i nostri appelli: duemila soldati americani dopo poco mollarono la presa lasciando la gente indifferente ad un eccidio furibondo, il più veloce dell’era moderna, che i media quasi non fecero in tempo a registrare, e che in 100 giorni uccise un milione di persone"
Penso che queste parole si commentino da sole, vorrei solo ricordare che l’ONU in un rapporto, ha volutamente evitato di definire questa strage “genocidio”, perché ciò avrebbe dovuto significare, come dire, una maggiore presenza di quei “forti” in Ruanda.
Vorrei concludere questo discorso con altre parole di Rusesebagina, pronunciate durante una conferenza stampa in occasione dell’uscita del film:"Attualmente in Ruanda ci sono al potere dei vincitori che hanno preso il posto degli sconfitti: non è la vera pace, è intimidazione degli uni sugli altri. La riconciliazione ci sarà solo se ci sediamo tutti attorno ad un tavolo negoziale per parlare francamente di quanto è successo".

Autore: RacheleT.

mercoledì 6 giugno 2007

Dove manderesti tuo figlio?

Chissà perché quando si parla della Giordania si pensa subito al burka, ai rapimenti, al terrorismo… vabbè, se si parla dell’Irlanda è ovvio che si pensa al verde, al fish and chips, all’Inglese….
A ciò si aggiunga che la Giordania è incivile, beh, dove manderesti tuo figlio?
Certo che se civile significa non conoscere la signora del piano di sotto, fare la fila al supermercato e non scambiarsi un sorriso con la cassiera, o altre cose del gemere, e allora è poco dire che i Giordani sono incivili!

Ritornando all’Irlanda: Corrymeela è stata veramente un’oasi di pace, abbiamo capito che ci si può divertire anche con poco ( io già lo avevo capito in quell’incivile stanza di Petra!)
Alla fine dei 5 giorni quel bel fusto, e per altro civile, di David, ci “ha fatto un bel pacco”. Eh … cose che capitano nella civiltà, mica come ad Amman, dove non ho “cacciato” nemmeno un centesimo.
A casa di Rand se ti azzardavi a togliere una forchetta da tavola, erano capaci di legarti e imbavagliarti alla sedia; a Corrymeela non abbiamo avuto di questi problemi: mattina, mezzogiorno e sera avevamo un bel mucchio di piatti e pentole da lavare. Quando ha cucinato il preside e quel mucchio era raddoppiato, avevamo trovato la soluzione, bastava lanciarseli addosso durante i litigi, ovviamente, sempre da ottimi civili in un’oasi di pace!
In Giordania abbiamo dormito nel deserto, abbiamo ballato, cantato e scherzato davanti ad un falò, con quel cielo tutto brillantinato di stelle.
Anche a Ballycastle abbiamo partecipato ad un bonfire, ma il cielo non si riusciva a vedere, era coperto da un fumo nero, nero dovuto alle ruote delle auto che bruciavano. L’apice della festa si è avuto quando la bandiera della Repubblica irlandese, posta alla sommità del bonfire, si è carbonizzata. Qui nessuno ci ha invitato a ballare, qualche bambino più vivace canticchiava <<>>, immagino per la civile capocciata a Materazzi. Nessuno ci ha rivolto la parola. Jane e David ci avevano detto che qualcuno avrebbe potuto chiederci <<>> Beh, gli avrei risposto ciao sono Rachele, ho diciotto anni, sono italiana, sto qui per un progetto alla pace, se proprio lo vuoi sapere sono cristiana cattolica per tradizione, ma credo che esista un unico dio, che si fa chiamare in modi diversi, che insegna la pace e il perdono. Questa però non era la risposta esatta, potevamo solo rispondere <<>>.
E allora, dove manderesti tuo figlio?
Nel Wadi Rum avrei voluto che quel cielo stellato non avesse mai ceduto il posto al sole, nonostante il mio mal di pancia, eravamo tutti lì, Italiani e Giordani, cristiani, atei e musulmani, maschi e femmine, avvolti nelle nostre coperte a ridere e scherzare (sebbene tutto questo era intervallato da qualche corsettina in bagno).
Al bonfire irlandese non vedevo l’ora di tornare nelle nostre stanze, non volevo che quelle immagini si imprimessero nella mia mente. Anche qui provavo un senso di immensità, ma era immensa tristezza, perché a festeggiare non erano solo poveri vecchietti che ricordavano la loro gioventù, ma anche diciottenni come me, famiglie e soprattutto bambini. Ma come cambieranno le cose se i bambini si divertono a strappare e bruciare una bandiera?
Dove manderesti tuo figlio?
Il giorno dopo siamo andati a Belfast, alla marcia orangista.
Qui dei vecchietti sfilavano con le loro medaglie appena lucidate, seguiti da bande musicali, da giovani e, la cosa più triste, da bambini, bambini…
Ai bordi della strada gli spettatori, muniti di poltroncine e colazione a sacco, non perdevano neanche un attimo dello spettacolo. Ah, dimenticavo, tutto, dai marciapiedi ai vestiti della gente, richiamava il bianco blu e rosso, i colori della civile corona inglese. Cosa festeggiavano? Una battaglia vinta secoli addietro.
Dove manderesti tuo figlio?
A me è rimasto è rimasto un senso di tristezza e di dispiacere per quei giovani e quei bambini, ma come si potrà andare avanti se prima non sono loro a farlo?
Anche in Giordania abbiamo parlato di guerra e di pace e abbiamo visto immagini orribili, ma stavamo comodi e freschi nell’auditorium della scuola.
In Irlanda abbiamo visto con i nostri occhi cosa vuol dire non stare in pace.
Siamo entrati nel quartiere protestante e se non eravamo accompagnati da Twister, stavamo freschi di uscire interi!
Dove manderesti tuo figlio?
Twister aveva combattuto contro i cattolici, ma adesso è diventato pacifista, nonostante la suoneria del cellulare e il tatuaggio della corona inglese, ora ha voltato pagina, ora organizza partite di calcio tra protestanti e cattolici, però… quel muro, eh… il muro della pace è indispensabile! Perché non glielo spiegano anche ai Palestinesi che quel muro serve alla pace? Ah, che stupida, sono incivili!
Dove manderesti tuo figlio?
A Derry abbiamo incontrato John McCourt , reduce del civile carcere inglese,del quale portava i segni sul volto. I suoi occhi blu , sembravano quelli di un quindicenne, è come quando nei film dei giovani sono truccati e invecchiati, ma il trucco non riesce ad invecchiare anche gli occhi. Sembra che i suoi occhi siano rimasti a quella domenica, a quel Sunday, a quel Bloody Sunday. Il lunedì decise di entrare nell’IRA, dopo che i suoi occhi avevano visto molti suoi amici uccisi, uno dei quali, il suo migliore amico, il suo amico di infanzia, adolescenza e il suo compagno di studi, sparato di spalle da un civile soldato, mentre era caduto.
È sempre questo il motivo per il quale la pace non arriva mai, è lo stesso motivo per cui Twister decise di combattere i cattolici, ed è lo stesso motivo che spinge tanti giovani in Palestina a farsi esplodere: la vendetta.

La sera ad Amman raramente abbiamo incontrato i nostri professori, a Belfast non potevamo uscire senza essere accompagnati.
Dove manderesti tuo figlio?
Dalle cinque del pomeriggio si cominciavano a sentire elicotteri e sirene della polizia. Il giorno dopo trovavamo per strada pezzi di bottiglie e pietre, che i protestanti e i cattolici si erano lanciati la sera prima, nonostante i cancelli che separano i due quartieri sono chiusi dalle otto di sera.
Dove manderesti tuo figlio?
Una sera mentre tornavamo a piedi da un pub, una vecchietta è uscita in pigiama sulla strada urlando e con un martello in mano! Forse pensava che fossimo un gruppo dell’altro quartiere che voleva importunarla.
Camminando per Amman , entrando per i negozi molta gente si avvicina cercando di dire almeno una parola in Italiano, così, per farti sentire a casa; nelle periferie di Belfast era facile che i ragazzi per attirare la nostra attenzione ci urlavano parolacce, pensando forse di non essere capiti.
Ora non voglio fare di tutte le erbe un sol fascio, finirei per eccedere nell’altro senso. A Belfast ci sono persone che la pensano come noi, (e le abbiamo incontrate) che vogliono quel che vogliamo noi, che hanno firmato anche loro su quel muro, che sperano che quel muro cada presto, che quei murales così belli e colorati cambino presto argomento e che la mano di quel cattolico e di quel protestante si tocchi presto e, perché no, si stringa in un abbraccio!
Per me incivile è colui che non spera in tutto questo. Incivile è chi con la forza entra in casa mia, mi deruba della mia terra, dei miei alberi e della mia dignità, guardandomi dall’alto verso il basso. Questa è l’inciviltà.
E allora, DOVE MANDERESTI TUO FIGLIO?
Autore: RacheleT